Nasco il 25 febbraio 1955. Bel mese, febbraio: profumo di calicanthus, presagi di primavera. Bello anche il posto: Lago Maggiore, Arona, cittadina famosa per la nasuta statua di San Carlo, quella che i turisti guardano dicendo: «Com’era brutto, poverino!»

Nasco di Carnevale, di venerdì (il giorno dei matti) e all’ora della merenda: insomma, tutto un programma.  Sì, incominciamo bene…

Famiglia di sani principi, pochi soldi ma tanto affetto. Dino, un papà  che vive per la pittura ed è felice solo con la sua tavolozza in mano, anche se è impiegato delle ferrovie per necessità. Alto, forte, bello, grande senso dell’umorismo, mi ha insegnato a guardare la vita con allegria e soprattutto mi ha insegnato a gustare la semplicità, nella gente e nelle cose.

Livia, mamma friulana purosangue. Dice già tutto, no? Instancabile, ingegnosa, versatile, capace di essere tutto quanto in una volta sola. Incredibile. Mai vista inattiva. E mai vista nei pochi momenti di riposo senza un libro in mano. Da lei ho imparato, ovvio, ad amare la lettura e non l’ho mai ringraziata abbastanza.

Nadia, sorella-seconda mamma per gli undici anni in più. Da lei ho imparato l’amore senza condizioni. Lei sa amare, lei ama.

L’infanzia è stata il mio stampino per la vita. Da là vengono: l’amore per i fiori (davanti a casa si apriva un meraviglioso giardino, curato da mia nonna); l’amore per la terra e i volatili (dietro casa avevamo un grande orto e un pollaio, dove io come Pel di Carota passavo ore bellissime a fantasticare con una gallina in braccio).

A scuola me la sono sempre cavata senza problemi. Adoravo leggere e presto ho anche capito che mi piaceva scrivere. Alle medie, grazie a un’insegnante di lettere inimitabilmente meravigliosa, il gusto per la letteratura si è affinato e, clic!, è scattato anche un grande amore per il latino. Determinante per il futuro, con i libri e vedrete perché.

Fine 1972. Mio padre ha solo 53 anni, è andato in pensione da poco, felice di potersi dedicare anima e corpo alla pittura, alle mostre,  ma un male incurabile se lo porta via in pochi mesi. Lo salutiamo per l’ultima volta il giorno di Capodanno del 1973.

In casa la vita si ferma. Io sto malissimo, l’altra metà della mia mela era lui. È l’anno della maturità classica, la testa è via. Stringo i denti, ce la faccio, 60/60. E mi trovo al bivio. Se voglio andare all’Università devo lavorare. Perché non incominciare sul terreno che vorrei mio per sempre, quello della carta stampata?

(continua)

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